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Sogno di un seguace Darwiniano del XXII secolo

…Quando riuscimmo a lasciarci alle spalle le strette strade di Blackwood credevamo di aver fatto il passo più difficile.
La Merce, saldamente fissata in uno degli scompartimenti segreti di poppa, era mantenuta a temperatura costante da due vecchi compressori il cui rumore, necessario quanto fastidioso, era udibile in tutta la nave.
Uscendo dall’orbita terrestre, pronti per balzare lontano da ogni pericolo, fummo avvisati di due navi incollate alla nostra traccia.
A Daniel bastò un occhiata al monitor per capire che le due navette non erano state mandate per porgerci nessun cordiale arrivederci.
Il pianeta alle nostre spalle era un’immensa distesa di acqua azzurra, punteggiata solo da megalopoli luminose come Blackwood, che allora mi giungevano in testa solo come un inutile ricordo di stretti vicoli bui…

Uno dei due velivoli ci supero’, probabilmente provando ad effettuare una scansione della nostra astronave, poi si mise davanti alla nostra prua. I suoi reattori si accesero a potenza massima, illuminandoci di luce e calore. La temperatura nella nave comincio’ a salire vertiginosamente mentre i nostri “maggiordomi” ci cucinavano a puntino.
Il ronzio proveniente dalla stiva aumento’ progressivamente all’aumentare del calore, come il pianto di un neonato si fa più insistente all’aumentare della fame.
Molto probabilmente, prima di attaccarci direttamente, vollero provare a distruggere La Merce che stavamo portando via dalla terra.

In quell’epoca, nei periodi più bui del potere tecnocratico, i reggenti delle città stato come Blackwood avevano cominciato a perseguire le cose e le persone senza seguire alcuna legge se non la loro, seguendo una linea vagamente machiavellica.
Le navi sospettate di trasportare La Merce venivano abbattute senza troppi problemi. La cosa che li interessava era che La Merce, se c’era veramente, morisse con la nave.
Osservandola si poteva intuire che la terra, abitata solo sui piccoli atolli rimasti emersi dopo il discioglimento delle calotte polari, era entrata in un circolo vizioso di autodistruzione della razza.

All’esterno dei miei rapidi pensieri la nave Lancelot continuo’ ad abbrustolirci: oltre al fastidioso innalzamento della temperatura, dovemmo continuare a sopportare il ronzio dei due compressori, sempre piu’ opprimente.
Capendo che le loro manovre non stavano ottenendo l’effetto desiderato, quelli dell’astronave Lancelot, dopo averci inviato un paio di inutili STOP, cominciarono a spararci contro.
Il tempo ci aveva spinti in orbita e per sfuggire ai laser che in poco tempo ci avrebbero affettato, decidemmo di balzare a velocità luce.
Il salto non fu affatto facile, la Lancelot ce la mise tutta per fermarci, ma la nostra programmazione e la nostra nave erano decisamente più innovative delle loro.

Balzammo.

Il mondo attorno a noi cominciò a muoversi in fretta, lasciando alle nostre spalle tutto ciò che un attimo prima si trovava davanti ai nostri visori.
Poi, finalmente, il Silenzio.
Per un breve lasso di tempo, quello necessario alle nostre centraline per elaborare i dati provenienti dai sensori uditivi, nessuno di noi fece caso al silenzio.
Poi capimmo.
Tom ed io fummo i primi a muoverci verso poppa, senza portare troppa attenzione al modo in cui ci muovevamo: se ci fossimo danneggiati avremmo avuto le debite riparazioni una giunti volta su Venere.
A poppa la nave era avvolta da una totale assenza di luce e di suoni.
Per un attimo ebbi un impulso simile alla paura, ma alla fine decisi di comportarmi da robot, accendendo la funzione di visione ad infrarossi.
Davanti a me, mentre le poche cose calde si stagliavano dal nero di fondo con un forte colore rosso, si trovava una piccola teca di vetro dalla forma ovoidale. Dentro di essa era facilmente distinguibile un piccolo feto umano, ormai privo di calore.
Non ci fu bisogno di parole, eravamo stati creati per agire razionalmente e freddamente.
Solo allora, davanti al cadavere dell’ultimo essere umano, capimmo che la legge del più forte non sarebbe stata confinata dal mondo tecnologico.
In milioni di anni i dinosauri presero il potere, ma furono sottomessi dalla natura, che fu poi sottomessa dall’uomo.
E ogni sottomissione significava l’estinzione dei sottomessi.

Da quel giorno la razza umana venne iscritta nella lista delle razze estinte.

Più tardi, seduto davanti ad un alimentatore al litio, riuscii a pensare che era quasi comico il fatto che gli umani ci avessero creato per proteggerli da eventuali pericoli…
…Magari la natura li aveva creati per lo stesso motivo.


2 Comments

scusate, sarà la mia stanchezza e l’ora tarda, ma come fala natura a sottomettere l’uomo, come devo immaginarmi la scena?

Posted by Natura on 24 November 2005 @ 12am

Non hai mai sentito parlare dello Tsunami? L’Uragano Katarina?

Insomma, non hai che da scegliere… poi non trovo dove la natura sottomette l’uomo all’interno del racconto…

:)

Posted by Carlo on 24 November 2005 @ 8am

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